La storia vista “da dentro”, da chi ha contribuito a tanti progetti importanti, si accompagna sempre ad una storia vista “da fuori”, vale a dire da chi ha vissuto e respirato un territorio fatto di natura, gente e “roba”.
A distanza di anni dalla sua scomparsa è sempre un piacere ricordare le parole di un insigne vidracchese, per anni amministratore comunale e della Comunità Montana Valchiusella: Renzo Mabrito era un’importante memoria storica di Vidracco e con un certo rimpianto vorrei riprendere un suo breve scritto sulle vicende del paese, intitolato “Sul filo della memoria”, pubblicato in uno dei numeri di “Vidracco Notizie”, foglio informativo dell’Amministrazione comunale. “Alcuni, leggendo questi appunti, ricorderanno il passato, ma molti, ed ormai sono la maggioranza, dei nuovi residenti non lo conoscono e quindi non possono avere la sensazione delle fatiche, dei dubbi ed, a volte, delle delusioni che hanno accompagnato la vita dei Vidracchesi nell’arco degli ultimi sessant’anni. Questo oltre mezzo secolo ha coinciso con la trasformazione del nostro Paese da prevalentemente agricolo ad industriale prima e quindi post industriale. Nella mia infanzia, prima del 1940, i miei familiari ed io raggiungevamo Vidracco, appena finite le scuole, per fare un po’ di villeggiatura. Partivamo dalla stazione di Porta Susa con la Ferrovia Canavesana, con i bei vagoncini verdi con ballatoio, trainati da piccole locomotive a vapore Heinkel costruite alla fine dell’800 fino alla stazione di Castellamonte da dove si proseguiva sulla polverosa strada bianca consortile con l’autocorriera marca Cerano. Questa vecchia corriera era guidata da Gioanin di Traversella e fece onorevolmente, a volte stracarica anche sul tetto, il suo servizio fino alla sua sostituzione con i più moderni autobus Fiat, senza mai un incidente, malgrado le strade innevate d’inverno, che lo spartineve di legno trainato dai cavalli dei Bertello, riusciva a malapena a rendere transitabile. L’energia elettrica che alimentava solo il concentrico, fornita dalla Soc. Ovesticino, a casa mia venne nel 1942, quando per i bombardamenti della seconda guerra mondiale ci trasferimmo definitivamente a Vidracco. L’acquedotto tardò di più, perché l’anello principale si limitava al giro del concentrico, e disponendo di qualche fontanella in più, alle quali si attingeva con i secchi, era già una maggiore comodità rispetto alle uniche due fontane esistenti fino al 1939. Dopo la guerra, che, particolarmente negli anni 1943-44-45, per la presenza delle formazioni di partigiani ed i conseguenti rastrellamenti dei nazisti, fu feroce, e la fortuna volle che ci fossero risparmiate fucilazioni ed incendi, come avvenne in Valle, c’era disoccupazione e ben vennero i cantieri per disoccupati finanziati dalla legge Fanfani (la rimunerazione giornaliera era di circa Lit. 600 giornaliere con una minestra fornita dalla Pontificia Commissione d’Assistenza), che ci furono assegnati in ragione di circa uno all’anno, e permisero la costruzione della strada di Vespia, compreso il tratto in territorio di Castellamonte, fino al bivio per Campo e Muriaglio, quella del Cimitero, il rimboschimento del monte Cives. La strada del Montiglio invece fu costruita con il lavoro volontario non retribuito (roide) ed a conclusione dei lavori fu possibile con il camioncino di Molinario portare la merenda per la festa d’inaugurazione alla Cascina di Tiglio. La strada di Feipiano venne invece costruita dall’impresa Crosetto che poté beneficiare dei fondi per il Piano Verde per l’agricoltura. Si attinse alla famosa Legge Tupini, che assegnava di tanto in tanto qualche fondo ai Comuni più disagiati, ed in parte col contributo dei privati, per portare l’energia elettrica a Vespia, Feipiano e Carpineto... Nel contempo il primo telefono fu installato nel bar del CRAL-Dopolavoro. Il Consorzio Vidracco-Baldissero-Torre-Bairo-Vialfrè, riuscì, con l’anticipazione di parte dei fondi necessari da parte dell’Impresa dell’ing. Porcellana, a portare l’acqua potabile dalla sorgente Garbagne fino alle nostre tubature e per la prima volta la stessa potabile giunse in Vespia, a Feipiano ed a Carpineto. Finalmente l’Amministrazione Provinciale prese a suo carico l’ex strada consortile, Issiglio-Baldissero la cui manutenzione lasciava parecchio a desiderare, che venne asfaltata, allargata. Vennero realizzate nel concentrico le prime fognature con tubi in cemento che scaricavano direttamente nei prati circostanti l’abitato e fu richiesto agli utenti l’applicazione delle prime fosse biologiche. Negli anni Settanta queste vennero rifatte, convogliando il tutto finalmente in un biodigestore. Successivamente seguirono le fognature in Vespia ed il recente primo tratto nella strada vecchia del cimitero per un futuro allacciamento con Feipiano. Venne avviata su base volontaria la raccolta rifiuti, primo Comune in Valle e fu istituito un servizio di ambulanza con 14 volontari, servizio che fu sostituito dalla più efficiente CRI, con base a Castellamonte. Il lavoro non mancava, Olivetti assumeva ed a Vidracco nel ’60 funzionava lo Stabilimento I-RUR. Dapprima nel Teatrino comunale, poi nell’attuale Pluriuso e quindi nel nuovo stabilimento di Via Baldissero. In quel momento ogni famiglia aveva gente occupata stabilmente e fu emessa dall’Amministrazione Comunale l’ordinanza che, applicando il regolamento d’igiene, vietava la presenza di stalle nell’interno del concentrico. Fino alla svolta data dall’industrializzazione, infatti l’economia delle famiglie era basata su l’allevamento di uno o due vitelli all’anno, la coltivazione della vite, e delle mele, di cui Vidracco fu un forte esportatore fino all’arrivo della infestazione del pidocchio rosso che pregiudicò definitivamente questa risorsa, e le case avevano una tipologia e finalità rurale. Negli anni Sessanta, mentre veniva chiusa la Fornace di calce Tasso e la relativa cava, iniziò l’attività in regione Pramarzo, la ditta Ferrero, ora Cives, che riaprì una vecchia cava, nata nel 1922 per la costruzione della diga di Gussey e della strada consortile, dapprima con l’autorizzazione per la prova dei macchinari di frantumazione prodotti nelle officine di Vado e poi per lo sfruttamento della peridotite, molto osteggiata dagli ambientalisti, ma riconosciuta successivamente come miniera di materiale di prima categoria, e quindi di competenza statale. Le royalties della cava dettero un discreto sollievo alle casse comunali, che non ebbero bisogno di spremere molto i cittadini con la ‘imposta di famiglia’. Questa scelta però portò a riscuotere meno dallo Stato quando le imposte locali furono assorbite della legge Vanoni che imponeva l’IRPEF e destinava agli enti locali quanto percepito dalle imposte ante 1974. L’allineamento degli introiti comunali agli standard, malgrado le sollecitazioni, avvenne gradualmente con i fondi perequativi che finalmente in questi ultimi anni hanno portato le entrate a livello corretto. Volutamente non ho voluto ricordare i nomi dei tanti cittadini che si sono impegnati nella vita pubblica per non correre il rischio di dimenticarne qualcuno, tuttavia voglio ricordare almeno l’ing. Caretti, per un ventennio sindaco, per la sua moderna visione social-liberale, e don Tos per la sua appassionata difesa della libertà e della democrazia, che molte volte gli fece rischiare il confino politico od anche peggio”. |