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Sabato 31 Luglio 2010
Home | Storia | III volume su Vidracco | Olivetti, Ferrarotti, Vidracco e la crisi della proprietà
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Il comune di
VIDRACCO
IL COMUNE
• Provincia: TO
• Cap: 10080
• Abitanti: 543
• Superficie: 3,2 kmq
• Dens. abitativa: 170 ab. x kmq.
• Altitudine: 481 m.s.l.m.
• sat: 45.431741%2C7.758611
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Vidracco
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Olivetti, Ferrarotti, Vidracco e la crisi della proprietà PDF Stampa E-mail
La prima fabbrica di valigette fatte con il compensato e finta pelle per la mitica Lettera 22 fu pensata da Franco Ferrarotti (1), allora giovanissimo intellettuale di belle speranze che, alcuni decenni più tardi, diventerà il decano dei sociologi italiani. Ricordi che sembrano illuminare, per un attimo, scene di vita alle quali tanti avrebbero voluto partecipare, riassunti da Franco Ferrarotti con vigoroso entusiasmo ma non senza fatica emotiva in una nostra intervista registrata a Roma nell’aprile del 2008.

“Fu mia l’idea di una falegnameria per le valigette nelle quali mettere la Lettera 22, mentre Adriano ebbe l’idea di creare una fabbrica per la costruzione di gabbiette metalliche, per le bottiglie di spumante. Qualche anno dopo Adriano morì (era il 1960, n.d.r.) e io fui costretto in pochissimo tempo ad interrompere la vita politica che avevamo intrapreso insieme con il Movimento di Comunità: il mio più grande dispiacere fu l’impossibilità di creare altre iniziative con gli amministratori pubblici del Canavese”.
Con la valigetta di compensato la grande politica entra di soppiatto nella vita di Vidracco.
“Secondo Adriano era possibile realizzare un’attività politica migliore fuori della politica ufficiale. Negli anni Cinquanta elaborai con lui una concezione plurima della proprietà, che aveva una sorta di quadruplice natura: tecnologica, attraverso la collaborazione con il Politecnico di Torino; locale, con le iniziative realizzate soprattutto insieme al Comune di Ivrea; operaia, tramite la Fondazione Olivetti che riuniva maestranze e dirigenti; infine, partecipata, con i niente affatto entusiasti azionisti privati che ancora erano soci dell’azienda.
In realtà l’idea fu soltanto accennata, perché nessuno di noi due ebbe il tempo di presentarla pubblicamente: in compenso ebbe un effetto esplosivo pur essendo soltanto in fase elaborativa, tanto da causare una reazione a mio avviso orribile, perché provocò richieste d’allontanamento, se non quasi d’annullamento della mia collaborazione con Adriano. Ancora oggi sono convinto, tuttavia, che quella fu una delle poche idee nuove di fronte ad una crisi, neppure oggi riconosciuta e ammessa, del concetto classico di proprietà. Secondo noi, allora, era da considerarsi un assoluto irresponsabile chi gestiva le risorse senza alcun legame concreto con la comunità locale: i momenti di crisi hanno sempre una loro utilità, come ora in Italia con una crisi della politica che può essere utile perché fa soffrire ma squarcia e, quindi, ha una funzione epifanica.
In queste circostanze bisogna tenere sempre aperta la possibilità di dialogo con le Istituzioni: per trovare nuove soluzioni in questo periodo si potrebbe, anzitutto, stabilire una rete di coordinamento con i vari movimenti autonomistici locali e con gli esperimenti sociali a vario livello, compresi quelli di carattere economico come le cooperative. Tra le tante cose che possiamo apprendere dall’esperienza del Movimento di Comunità, consideriamo che tutto va bene fino a quando la politica consiste in azioni culturali che hanno a che fare con arte, servizi sociali, letteratura, trasporti, infrastrutture, perché sono azioni che integrano e rendono più efficiente il ‘sistema istituzionale’.
La politica ha un’azione dirompente soltanto quando si mettono in campo iniziative concrete, che hanno a che fare con l’accertamento, l’utilizzo e l’incameramento delle risorse, con gli orientamenti generali che riguardano la ricchezza derivata dall’economia o con i problemi della successione ereditaria e la gestione del profitto delle attività.
Allora, affrontammo la questione con altri collaboratori di Adriano, come Riccardo Musatti, Zorzi, Pampaloni, Mario Motta, Fichera, per fare alcuni nomi. Loro intendevano l’azione politica soprattutto, se non esclusivamente, sul piano culturale: era la cosiddetta ‘metapolitica’, perché in quel modo nessuno ci avrebbe disturbati e, dunque, ci avrebbero lasciato vivere tranquilli.
Io e Adriano la pensavamo diversamente e, infatti, entrammo in politica sapendo cosa ci aspettava, consapevoli che avremmo suscitato un odio mortale, perché saremmo stati considerati concorrenti al sistema politico dell’epoca: in Parlamento Giulio Pastore e Amintore Fanfani ci chiamavano i ‘topi roditori’ della democrazia.
Allora eravamo convinti di fare bene e, non a caso, fummo gli unici due ad essere eletti in Parlamento. Noi pensavamo che l’esperimento comunitario olivettiano si sarebbe inevitabilmente scontrato con un muro invalicabile, a meno di riuscire a scavalcare quello stesso muro, arrivando al centro del sistema forti dell’esempio di un potere legato e sensibile alle domande della società: economicamente positivo perché produceva ricchezza, tecnologicamente innovativo perché molto avanzato e politicamente esemplare perché basato su una democrazia diretta su scala comunitaria.
Con la morte di Adriano finì l’azione sociale e politica del Movimento di Comunità, anche se molti m’invitarono a continuare l’esperienza altrove: ricordo Giancarlo Pajetta che mi propose di candidarmi nel Partito Comunista, Vittorio Foa e Riccardo Lombardi mi invitarono nel Partito Socialista e persino Vittorino Colombo mi propose l’elezione nella Democrazia Cristiana come indipendente.
Tuttavia il problema si poneva in questi termini: il Movimento di Comunità fu colpito duramente dalla morte di Adriano Olivetti e, quindi, a chi ci saremmo potuti appoggiare politicamente? Se fossi entrato in un partito avrei rinnegato la polemica durissima rivolta proprio ai partiti, che entrambi avevamo sempre sostenuto spiegando che, in fondo, i partiti sono macchine che corrompono gli individui.
Questa riflessione comportò la ritirata dallo scontro politico diretto al quale eravamo destinati: avevamo immaginato l’azione politica del Movimento di Comunità con l’obiettivo di ottenere una sorta di salvacondotto per l’esperimento politico locale canavesano, con leggi apposite in campo fiscale, per l’assistenza medica e le successioni testamentarie.
L’esperimento di Olivetti, nella misura in cui era un vero esperimento rivoluzionario, non poteva continuare: avrebbe potuto continuare come azione sociale indiretta, destinata però alla fine ad essere irrilevante.
Adriano Olivetti era geniale perché aveva trasceso le condizioni delle sue origini: era un industriale non industriale, era un ricco per i poveri, un liberista socialista, insomma non era catalogabile”.

 

Note bibliografiche
(1) Dalla biografia di Franco Ferrarotti, sociologo e scrittore.
“Nasce il 7 Aprile 1926 a Palazzolo Vercellese da una famiglia di medi agricoltori. Autodidatta, supera gi esami come privatista. Nel 1944 si iscrive alla Facoltà di lettere e filosofia, Università di Torino e nello stesso periodo scrive articoli per quotidiani come l’Unità e l’Avanti, diventa amico di intellettuali e scrittori come Felice Balbo, Cesare Pavese, Natalia Ginsburg, Paolo Serini, Maria Livia Serini, Italo Calvino. Si laurea con 110 e lode, con dignità di stampa. Nel 1948 inizia la sua collaborazione e amicizia con Adriano Olivetti. Dopo il 1949 continua gli studi a New York e a Chicago, dove comincia anche a dare una collaborazione come junior professor. Compie studi di perfezionamento a Parigi, Londra e Chicago. E' fra i fondatori del Consiglio dei Comuni d'Europa a Ginevra e nel 1951 fonda i Quaderni di sociologia con Nicola Abbagnano. Nel periodo dal 1958 a 1963 è Deputato indipendente al Parlamento per la Terza legislatura in rappresentanza del Movimento Comunità di Adriano Olivetti. Dal 1958 al 1962 a Parigi è Direttore della Divisione dei fattori sociali nell'O.E.C.E. (ora O.C.S.E.) e insegna anche in altre Università in Polonia, Stati Uniti, Cile, Africa, Egitto, Russia, Giappone, Israele e Ungheria. Nel 1961, a Roma, è titolare della prima cattedra di Sociologia, Facoltà di Magistero. Nel 1978 è nominato "Directeur d'Etudes" alla Maison des Sciences de l'Homme a Parigi. Nel 2005 il Presidente della Repubblica lo nomina Cavaliere di Gran Croce, massima onorificenza civile della Repubblica italiana. Attualmente dirige La Critica sociologica, da lui fondata nel 1967.